Quei metalli che inquinano la Puglia
di Mauro Minelli
I vertici regionali pugliesi hanno decretato, con la legge varata il 12 novembre 2008, che le emissioni in atmosfera di diossina e benzofurani a Taranto dovranno, entro due anni, scendere a 0,4 nanogrammi per metro cubo. Non che la volontà della giunta Vendola ed i propositi di bonifica dell’area inquinata per decenni dal gigante siderurgico (l’ILVA rappresenta il più grosso impianto siderurgico d’Europa) non siano condivisibili; tuttavia ancora una volta la politica analizza il problema a macchia di leopardo e non considera l’ambiente nella sua complessità ed integrità.
Non esistono infatti solo le emissioni aerodiffuse e, soprattutto, i fattori inquinanti che abbiano una ricaduta drammatica sulla salute pubblica non possono essere individuati solo nella diossina o nei benzofurani. Studi recenti, ma ormai assolutamente supportati da fondate e circostanziate evidenze scientifiche, stabiliscono quanto importante sia l’incidenza delle patologie da ricaduta dell’inquinamento ambientale legate a contaminazioni da metalli quali il mercurio, il nichel, il cromo, il cobalto. Alla domanda “…Qualcuno ha mai calcolato quanto costa curare le vittime della diossina killer?”, espressa sul Quotidiano di Puglia del 12 novembre scorso (l'articolo era “Guerra alla diossina, la Puglia dà le regole”), la risposta doverosa dovrebbe essere fornita ponendo un’altra domanda: “Quanto incidono anche sul bilancio regionale, oltre che sulla qualità della vita e sulla salute dei cittadini pugliesi, le patologie infiammatorie croniche causate da fattori inquinanti ancora tristemente ignorati da coloro che si occupano di tutela ambientale, e che si originano dalla contaminazione dell’habitat in cui viviamo, dalla corruzione degli equilibri del nostro ciclo alimentare?”.
Nella comunità internazionale ormai da diversi anni sono stati delineati protocolli di intervento tesi ad arginare il dilagante avanzare delle patologie a carattere infiammatorio cronico immuno-mediato, le cosiddette IMID, per le quali ora si propone l’istituzione di un registro nazionale con diramazioni regionali, atto a monitorarne lo sviluppo e l’incidenza tanto a livello clinico quanto economico.
Le eventuali bonifiche del bacino dell’ILVA, che come tutti sappiamo abbraccia ben oltre la sola provincia di Taranto, non possono esclusivamente tenere conto quindi delle emissioni in atmosfera della sola diossina, senza cioè sommarvi i danni provenienti dall’intero complesso industriale che grava sull’area Jonico-Salentina, fino ad arrivare a Brindisi. Ecco allora che al “registro tumori” dovrà accompagnarsi il "registro delle Patologie Infiammatorie croniche Immunomediate”, che darà il polso della drammatica ricaduta che gli inquinanti industriali hanno sulla salute pubblica.
Non è solo ai bambini di Taranto che deve essere promessa e garantita una nuova primavera, bensì a quelli dell’intera Regione, visto che la circolazione dell’aria, le correnti marine, il commercio degli alimenti che non rispettano la regola dei compartimenti stagni, e che un’area inquinata non danneggia solo la provincia direttamente interessata, ma l’intera comunità.
Non è dunque solo Taranto ad essere travolta dal problema ma il Salento tutto, il Brindisino, l’area Jonica fino a raggiungere la Basilicata.
Una contaminazione ambientale diffusa tanto in aria, quanto in acqua, che investe l’intero ciclo alimentare e compromette la salute della popolazione inerme. L’augurio, insomma, è che finalmente si smetta di considerare il problema ambiente in un’ottica parziale e territoriale, come un mero computo di emissioni di questo o quell’inquinante e che le bonifiche non diventino il risultato tristemente atteso di interventi scoordinati e palliativi. L’augurio è che si passi ad una analisi più articolata che tenga conto anche delle nuove patologie emergenti, legate alla scoperta dei nuovi fattori contaminanti fino ad ora troppo spesso misconosciuti o sottovalutati.
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